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“Sul ghiaccio grazie a James Bond”

Lunghi capelli bianchi raccolti in un codino e fisico asciutto del miglior maratoneta. Lui è il milanesissimo Alberto Caniatti, un 66enne chirurgo in pensione. Adesso, per tutti, è “Il Presidente”. È dal 2002 alla guida dirigenziale e tecnica del Jass Curling Club di Sesto San Giovanni, squadra che milita nel campionato di serie C.

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Presidente, perché il curling è uno sport così poco considerato?

Poco considerato e molto denigrato, dato che spesso ci dicono: «voi giocate a bocce». Se uno vuole paragonare il curling a qualche altra attività deve far riferimento ad almeno tre sport. Le bocce per i colpi di precisione, il biliardo per l’effetto che si dà allo stone e gli scacchi per la mentalità strategica degli atleti in campo. È necessario che lo skip abbia il carattere per coordinare tatticamente la squadra e per non regalare punti agli avversari. Sbaglia chi crede che il curling non sia uno sport. Dietro c’è un grande lavoro atletico con esercizi mirati per massa e cardio.

Qual è la tradizione italiana di questo sport?

Il curling nasce a Cortina e da lì viene anche la nostra preparazione. Dopo le Olimpiadi di Torino 2006, invece, è stato fatto un lavoro fantastico a Pinerolo. Loro ormai hanno un campo dedicato con più piste, hanno una cultura completamente diversa dalla nostra. Considera che i loro insegnanti di educazione fisica indirizzano gli studenti verso il curling. Oggi un ragazzino che vuole cimentarsi in questo sport comincia verso i dieci anni. Anch’io ho cercato di fare del mio meglio per diffonderlo nelle scuole. Ho notato che c’è un grande movimento di curler non agonisti, che giocano perché si divertono.

E la condizione dei vostri impianti?

Noi abbiamo un solo campo che condividiamo con i giocatori di hockey con la possibilità di allenarci solo il lunedì. Da questo punto di vista siamo parecchio indietro rispetto agli svizzeri, che sono capaci di giocare a St.Moritz all’aperto e con -20°.

La Federazione non vi aiuta economicamente?

Fino allo scorso anno pagava i giudici, adesso  nemmeno quello. Ci manteniamo con i nostri contributi, usciamo i soldi di tasca nostra con quote annuali.

Il vostro organigramma conta circa venti persone. Non sono un po’ poche?

Già. Noi facciamo di tutto per tesserare nuovi atleti organizzando corsi di avviamento. Molti ne escono entusiasti, ma dopo non si iscrivono. Probabilmente perché Milano offre l’impossibile dal punto di vista sportivo e i ragazzi  preferiscono fare altro.

Qual è l’obiettivo principale del vostro club?

Progredire sempre più. Non abbiamo velleità di vincere il campionato, sappiamo di essere ancora indietro a livello nazionale. A noi interessa divertirci e andare a bere insieme dopo le partite. È considerato un grave sgarbo se chi vince non offre da bere a tutti gli altri.

Da chirurgo a presidente e allenatore di un club di curling. Come mai?

Vidi un film di James Bond alla tv (Agente 007 – Al servizio segreto di sua Maestà, ndr) nel quale si giocava a curling e lo trovai subito interessante. Dopo un paio di anni ho cominciato. All’inizio ero da solo, poi in due, in tre, in quattro. Stava nascendo una squadra.