Autore: Adriano Lo Monaco

Pro evolution journalist. Nato il 4 Luglio, come Gina Lollobrigida e Giancarlo Marocchi. #followme: @damorirne

Il cielo sopra Berlino

CGzZ5-tWwAA-aNs.jpg large

La catena dei piacevoli tormenti che alberga la fierezza del loro petto inizia nel tunnel che porta al pratone verde dell’Olympiastadion. Verde come la speranza di affinare con l’alchimia dei sentimenti un cerchio già chiuso. L’anticamera del successo passa da lì. E non sarà gloria personale, sarà l’apoteosi di un gruppo che è riuscito ad alzare nuovamente la voce. Microcosmi di vite che si intrecciano, ultima occasione per alcuni, ultimo capitolo non scritto di un impegnativo romanzo di formazione per altri. Tutti col naso all’insù, sperando che il cielo sopra Berlino, stanotte, possa riprodurre la fedele immagine di questa vecchia e avvenente signora. Bianco e nero, come volle Wim Wenders. Quanta vita nell’affascinante mistero di una finale europea.

Annunci

Corri, Enzo

0,,17811753_303,00I siciliani di scoglio sono quelli che, una volta lasciata la terra natia, cominciano ad avere delle crisi di astinenza e devono assolutamente fare ritorno a casa dopo pochi giorni. I siciliani di mare aperto sono invece quelli che portano la loro “sicilitudine” in giro per il mondo e la coltivano rendendola un patrimonio personale. Vincenzo Nibali appartiene a quest’ultima categoria da quando, ancora adolescente, lasciò la sua Messina per trasferirsi in Toscana e inseguire il sogno di diventare un corridore.

Adesso lo vedi lì, sul gradino più alto del podio del Tour de France. E magari pensi a quanto sia forte un uomo che non piange dopo un’impresa del genere. Dici: «Sicuramente non si starà rendendo conto». Poi, però, capisci che si fa fottere dall’emozione quando il tremolio della sua voce tenta di leggere i ringraziamenti. La squadra, lo staff e i massaggiatori. Papà Salvatore (facciamo Totò) e mamma Giovanna. La moglie Rachele e la tenera Emma, ancora troppo innocente per gioire della magnificenza del padre.

Sì, perché Enzo, come lo chiamano in famiglia, grande lo è diventato davvero. Sesto corridore, dopo Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault e Contador, a cingersi il capo della tripla corona, il riconoscimento a chi durante la carriera conquista le tre principali corse a tappe (Tour, Giro e Vuelta). Vincitore della Grande Boucle sedici anni dopo Pantani. «Quando vinceva Marco ero ragazzino. Sua mamma mi ha regalato la sua maglia gialla e quando tornerò, come promesso, le porterò la mia». Nel ’98 a premiare Pantani c’era Gimondi, l’ultimo a cospargere le strade di Parigi del tricolore italiano. Quest’anno, a premiare Vincenzo, avrebbe potuto esserci lui. Il Pirata e lo Squalo insieme, sai che storia.

Un successo costruito giorno dopo giorno. Quando, sporco di fango, ci ha incantati sul pavé o quando, più veloce di tutti, si è staccato da terra con una semplicità disarmante per salire su Alpi e Pirenei. Scortato da compagni meravigliosi, che lo hanno preso per mano e portato a Parigi, quasi in gita scolastica. Ma in realtà su quel sellino ci sali da solo e se hai la giusta dose di equilibrio e follia non ci scendi mica. Nibali è stato feroce sin dalle prime battute del Tour e non ha mai concesso niente ai rivali. Al limite ha controllato. Lui è ancora su strada, vestito di giallo, che prova il più bello degli allunghi, quello che lo vedrà tornare da Rachele ed Emma. È arrivata la consacrazione, diranno. L’augurio che posso farti è che questa consacrazione sia soltanto uno degli innumerevoli trampolini per i tuoi successi futuri. Corri, Enzo.

Cosa ho imparato dal Mondiale

Immagine

Che ci appoggiamo a un episodio per giustificare la totale assenza di gioco, che le piccole impartiscono lezioni full time di sacrificio alle grandi, che la Colombia è l’energy drink di una serata passata da soli in casa e che il frac di James Rodriguez non teme di perdere il confronto d’eleganza con lo smoking di Messi, che la porta di casa può restare sempre aperta se a proteggerla sarà Gary Medel, che delle volte sarebbe meglio lasciarsi guidare dall’incoscienza e mettere in campo dei ragazzini, che i calci di rigore tra Costa Rica e Grecia non hanno nulla da invidiare sotto il profilo emotivo a quelli tra Brasile e Cile, che nonno Mondragón in vent’anni ha avuto la fortuna di conoscere i più bei figli di questa ricchissima industria di caffè, che l’orgoglio dei Ticos è custodito nei guantoni di Keylor Navas, che Miguel Herrera è il nuovo Oliviero Toscani, che le vecchie glorie non mollano anche se giocano in campionati dimenticati da Google Maps, che Samaras è una persona dal cuore d’oro, che le lacrime del Guaje Villa sono state il giusto tributo storico a una delle Nazionali entrate di diritto tra gli scaffali polverosi della biblioteca dello sport, che il nervoso andirivieni di Sampaoli in panchina è più costruttivo di una sfilata di Dolce&Gabbana, che Neymar è il figlio del popolo, che per i miei 25 anni non avrei mai potuto ricevere regalo più gradito di Francia-Germania e Brasile-Colombia, che dalle spoglie della ex Jugoslavia è nata una storia che trasuda di passione, che Rio de Janeiro, seppur visto dalla tv, è un posto dell’anima, che il delirio non si limita soltanto a questa sera e al Maracanã, che nella notte del 13 luglio combatteremo già contro la malinconia, che quattro anni di attesa sono un’eternità.

D’Andrea, una storia tutta italiana

“La motivazione è la spina dorsale della nostra impresa”. Sono le parole orgogliose di Ermanno D’Andrea, patron dell’omonima azienda, leader mondiale nella produzione di accessori di alta precisione per macchine utensili. Quella del signor Ermanno è la storia di una lungimiranza tutta italiana, di un acume che trova il suo cuore pulsante nello stabilimento di Lainate, una delle cittadine più produttive della zona ovest di Milano. La storia di un’azienda che fattura 22 milioni l’anno e che grazie a un margine di guadagno del 50% è stata in grado di schivare i colpi della crisi. Un totale di 135 dipendenti con il 75% di esportazioni che vedono in cima colossi mondiali come Russia e Cina. Sorride Ermanno quando mostra su un cartellone i pezzi storici che hanno reso famoso il marchio, come la prima serie di teste TS in grado di eseguire qualsiasi lavorazione di “tornitura a pezzo fermo”, create dal padre Marino ormai più di sessant’anni fa in un’Italia in piena ricostruzione post-bellica. Da Capracotta a Milano, dal Molise alla Lombardia. “Al Nord c’è la concatenazione con le altre aziende, fondamentale per una realtà come la nostra”.

Immagine

Lontanissima dallo stereotipo della fabbrica grigia e sporca, la D’Andrea accoglie i propri dipendenti in ampi spazi luminosi, curati nel minimo dettaglio e allietati da una vasta cornice floreale. “Cerchiamo di fare il possibile – ricorda il presidente – per garantire ai nostri operai la massima serenità nel lavoro”. Operai che vengono adocchiati dalla D’Andrea sin da giovanissimi, messi a far scuola all’interno dell’azienda e che ricevono una mensilità in più quando le cose vanno nella giusta direzione. Una chiara filosofia del lavoro che boccia però il nostro sistema scolastico: “In Italia abbiamo tanti disoccupati, ma è tutta gente non preparata. Le scuole tecniche sono ancora rimaste all’età della pietra, negli anni non c’è stata evoluzione di contenuti”. Implicito riferimento anche al suo Molise, la terra che non ha mai dimenticato, tanto da creare nel 2002 un altro stabilimento a Castel Del Giudice, un piccolo centro in provincia di Isernia che ha garantito una trentina di posti di lavoro e soprattutto ha permesso, come ci tiene a sottolineare, “il ritorno all’ovile di molti emigrati”. L’umiltà di un uomo che non si è fatto sopraffare dalla tendenza, ormai comunissima alla maggior parte delle imprese italiane, di delocalizzare all’estero. La creatività di un uomo sempre al passo coi tempi, pronto ad aggiornarsi e a rimodernare i propri impianti. La trasparenza di un uomo e della sua azienda nei confronti dei propri dipendenti e dei propri clienti, invitati direttamente in fabbrica per testare l’affidabilità dei prodotti. E la pazienza del miglior imprenditore, che confidando nelle proprie potenzialità è capace di lasciarsi alle spalle anni difficili: “Sono andato in rosso per dodici anni, ma ho sempre creduto nell’azienda fondata da mio padre. I finanzieri? La rovina del nostro mestiere, hanno come unico fine l’utile”.

La Roma e Di Bartolomei

Dopo la sconfitta contro la Juventus a Roma non si parlava d’altro. La classifica recitava un modestissimo +3 dei lupacchiotti sulla Vecchia Signora e gli umori di giocatori e tifosi non erano dei più positivi per provare l’allungo finale. Il 13 marzo del 1983 il fortino dell’Arena Garibaldi di Pisa accoglie i 5000 tifosi romanisti arrivati per dar manforte ai propri colori. «Non potrò mai dimenticare la forza che c’era e la compattezza che si era creata tra di noi per preparare quella partita – dirà Bruno Conti in un’intervista -. Volevamo subito una reazione». Tutto fuorché una partita di routine. Il Pisa è in lotta per evitare la retrocessione e il tecnico Vinicio non è una persona da sottovalutare. Ma alla Roma, presa per mano dalle reti di Falcao e Di Bartolomei, basta un’ora per alleviare i timori ed evitare il possibile tracollo psicologico. Due a uno per la squadra di Liedholm che butta giù la prima pennellata di quello che a maggio sarà uno dei più eleganti affreschi giallorossi: lo scudetto che mancava da 41 anni.

Il barone aveva avuto il coraggio di insistere su un tipo di gioco ancora sconosciuto in Italia, la zona, e la forza di superare le critiche dei più scettici che si rosolavano nel pentolone del catenaccio. Era la Roma di Conti e Falcao, del MaraZico di Nettuno e dell’ottavo re di Roma. Era la Roma di Di Bartolomei e della fantastica intuizione del maestro Nils. La velocità e il senso di protezione di Vierchowod permisero a Liedholm di arretrare sulla linea dei difensori Di Bartolomei, facendone la prima fonte di gioco. Il vero regista della squadra mai marcato perché sulla carta il marcatore era lui.

Immagine

Agostino Di Bartolomei era il capitano, il ragazzo educato della borgata romana dallo sguardo triste e sincero. Per la Curva Sud era “Ago” o meglio “Agostino gol”, il nome da battaglia che i tifosi cantavano dopo aver contemplato le innumerevoli frecce che bucavano la rete avversaria. Il ragazzo di vita pasoliniano che da piccolo spaventava gli altri bambini per via del suo tiro potentissimo. Posato nelle discussioni e mai con una parola fuori posto. Se aveva qualcosa da contestare Agostino si presentava dal direttore di gara con le mani congiunte dietro la schiena, quasi in segno di rispetto. Come se volesse subito arrivare a una conclusione pacifica. Veniva spesso accusato di essere lento. Una lentezza che compensava con la raffinatezza e la velocità dei palloni distribuiti, come può essere il sorriso di un calciatore in erba che sogna di vincere un Mondiale.

Nel bene o nel male Agostino la partita più importante l’ha giocata quel 30 maggio del 1984. All’Olimpico è la serata della finale di Coppa dei Campioni contro gli inglesi del Liverpool. Chi non ha trovato il biglietto decide di prendere due birre fresche e vederla al Circo Massimo in una mega adunata fomentata dal live di Antonello Venditti. In campo, invece, la discrepanza storica tra le due squadre si mostra netta sin dagli spogliatoi. I giocatori del Liverpool appaiono tranquilli, scherzano tra di loro. Dalla loro hanno la forza di chi ha già in bacheca tre Coppe dei Campioni, l’ultima delle quali vinta solo tre anni prima contro il Real Madrid di Boskov. Di Bartolomei e compagni non proferiscono parola. Racchiusi nei loro silenzi, ognuno con i propri pensieri. Per molti è l’occasione della vita. «Mi capita adesso e chissà quando» sembrano pensare. La tradizione ormai vuole che le partite più intense e combattute siano decise dalla roulette dei calci di rigore. Pruzzo riporta i suoi alla calma dopo la rete iniziale di Neal, sarà così anche per Roma-Liverpool.

Immagine

Arriva adesso la notizia della nottata. Falcao, il divino Falcao, non ha voglia di presentarsi dagli undici metri. C’è chi parlerà di un dolore alla gamba o di poca personalità. C’è chi dirà che tra il brasiliano e Di Bartolomei siano volate parole grosse. Non ci è dato sapere se questa storia abbia o meno i connotati della leggenda metropolitana. Le spalle di Agostino, quando occorre, diventano sempre robuste e si caricano l’intero peso della squadra. Dal dischetto non sbaglia. Le pantomime del numero uno zimbabwese Grobbelaar che, ironia della sorte, avrebbero poi ispirato Dudek nella finale di Istanbul contro il Milan, destabilizzano invece Bruno Conti e Ciccio Graziani e consegnano al Liverpool la quarta Coppa dei Campioni.

D’ora in poi il rapporto tra Agostino e la Roma non sarà più lo stesso. Scaricato senza un vero perché dopo quindici anni di fedeltà alla causa giallorossa. Farà in tempo a indossare la maglia capitolina nella vittoriosa finale di Coppa Italia contro il Verona e a vedere lo striscione della Curva Sud: «Ti hanno tolto la tua Roma, non la tua curva». In seguito spiegherà così il suo addio: «Per uno che è e si sentirà sempre un romanista è un passo che ti mette l’angoscia dentro, ma non posso fare altrimenti. Se uno capisce che è di peso, meglio togliere il disturbo. Io, purtroppo, ho capito soltanto questo». Forse l’arrivo del nuovo allenatore, lo svedese Eriksson, che predicava un tipo di calcio troppo lontano da Ago, forse il dispiacere per non essere riuscito ad afferrare la Coppa dei Campioni, forse i dissapori con il presidente Viola.

Con valigie e famiglia al seguito accompagnerà ancora una volta il mentore di una vita, il barone Liedholm, che nel frattempo è tornato a Milano. All’ombra della Madonnina giocherà per tre anni siglando 9 reti in 88 partite. Dopo sarà la volta di Cesena e Salerno, prima del definitivo ritiro dalla carriera agonistica nel 1990. Alle 10:50 del 30 maggio del 1994, sparandosi un colpo di pistola a dieci anni esatti dalla finale persa contro il Liverpool, Agostino Di Bartolomei dirà addio a un mondo che non lo ha capito e che non ha saputo tenerselo. Il proiettile della sua Smith & Wesson calibro 38 arriverà dritto al cuore. Lo stesso cuore che per una vita intera il capitano silenzioso ha donato alla sua città e ai suoi tifosi.

Immagine

“Sul ghiaccio grazie a James Bond”

Lunghi capelli bianchi raccolti in un codino e fisico asciutto del miglior maratoneta. Lui è il milanesissimo Alberto Caniatti, un 66enne chirurgo in pensione. Adesso, per tutti, è “Il Presidente”. È dal 2002 alla guida dirigenziale e tecnica del Jass Curling Club di Sesto San Giovanni, squadra che milita nel campionato di serie C.

Immagine

Presidente, perché il curling è uno sport così poco considerato?

Poco considerato e molto denigrato, dato che spesso ci dicono: «voi giocate a bocce». Se uno vuole paragonare il curling a qualche altra attività deve far riferimento ad almeno tre sport. Le bocce per i colpi di precisione, il biliardo per l’effetto che si dà allo stone e gli scacchi per la mentalità strategica degli atleti in campo. È necessario che lo skip abbia il carattere per coordinare tatticamente la squadra e per non regalare punti agli avversari. Sbaglia chi crede che il curling non sia uno sport. Dietro c’è un grande lavoro atletico con esercizi mirati per massa e cardio.

Qual è la tradizione italiana di questo sport?

Il curling nasce a Cortina e da lì viene anche la nostra preparazione. Dopo le Olimpiadi di Torino 2006, invece, è stato fatto un lavoro fantastico a Pinerolo. Loro ormai hanno un campo dedicato con più piste, hanno una cultura completamente diversa dalla nostra. Considera che i loro insegnanti di educazione fisica indirizzano gli studenti verso il curling. Oggi un ragazzino che vuole cimentarsi in questo sport comincia verso i dieci anni. Anch’io ho cercato di fare del mio meglio per diffonderlo nelle scuole. Ho notato che c’è un grande movimento di curler non agonisti, che giocano perché si divertono.

E la condizione dei vostri impianti?

Noi abbiamo un solo campo che condividiamo con i giocatori di hockey con la possibilità di allenarci solo il lunedì. Da questo punto di vista siamo parecchio indietro rispetto agli svizzeri, che sono capaci di giocare a St.Moritz all’aperto e con -20°.

La Federazione non vi aiuta economicamente?

Fino allo scorso anno pagava i giudici, adesso  nemmeno quello. Ci manteniamo con i nostri contributi, usciamo i soldi di tasca nostra con quote annuali.

Il vostro organigramma conta circa venti persone. Non sono un po’ poche?

Già. Noi facciamo di tutto per tesserare nuovi atleti organizzando corsi di avviamento. Molti ne escono entusiasti, ma dopo non si iscrivono. Probabilmente perché Milano offre l’impossibile dal punto di vista sportivo e i ragazzi  preferiscono fare altro.

Qual è l’obiettivo principale del vostro club?

Progredire sempre più. Non abbiamo velleità di vincere il campionato, sappiamo di essere ancora indietro a livello nazionale. A noi interessa divertirci e andare a bere insieme dopo le partite. È considerato un grave sgarbo se chi vince non offre da bere a tutti gli altri.

Da chirurgo a presidente e allenatore di un club di curling. Come mai?

Vidi un film di James Bond alla tv (Agente 007 – Al servizio segreto di sua Maestà, ndr) nel quale si giocava a curling e lo trovai subito interessante. Dopo un paio di anni ho cominciato. All’inizio ero da solo, poi in due, in tre, in quattro. Stava nascendo una squadra.