Mese: luglio 2014

Corri, Enzo

0,,17811753_303,00I siciliani di scoglio sono quelli che, una volta lasciata la terra natia, cominciano ad avere delle crisi di astinenza e devono assolutamente fare ritorno a casa dopo pochi giorni. I siciliani di mare aperto sono invece quelli che portano la loro “sicilitudine” in giro per il mondo e la coltivano rendendola un patrimonio personale. Vincenzo Nibali appartiene a quest’ultima categoria da quando, ancora adolescente, lasciò la sua Messina per trasferirsi in Toscana e inseguire il sogno di diventare un corridore.

Adesso lo vedi lì, sul gradino più alto del podio del Tour de France. E magari pensi a quanto sia forte un uomo che non piange dopo un’impresa del genere. Dici: «Sicuramente non si starà rendendo conto». Poi, però, capisci che si fa fottere dall’emozione quando il tremolio della sua voce tenta di leggere i ringraziamenti. La squadra, lo staff e i massaggiatori. Papà Salvatore (facciamo Totò) e mamma Giovanna. La moglie Rachele e la tenera Emma, ancora troppo innocente per gioire della magnificenza del padre.

Sì, perché Enzo, come lo chiamano in famiglia, grande lo è diventato davvero. Sesto corridore, dopo Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault e Contador, a cingersi il capo della tripla corona, il riconoscimento a chi durante la carriera conquista le tre principali corse a tappe (Tour, Giro e Vuelta). Vincitore della Grande Boucle sedici anni dopo Pantani. «Quando vinceva Marco ero ragazzino. Sua mamma mi ha regalato la sua maglia gialla e quando tornerò, come promesso, le porterò la mia». Nel ’98 a premiare Pantani c’era Gimondi, l’ultimo a cospargere le strade di Parigi del tricolore italiano. Quest’anno, a premiare Vincenzo, avrebbe potuto esserci lui. Il Pirata e lo Squalo insieme, sai che storia.

Un successo costruito giorno dopo giorno. Quando, sporco di fango, ci ha incantati sul pavé o quando, più veloce di tutti, si è staccato da terra con una semplicità disarmante per salire su Alpi e Pirenei. Scortato da compagni meravigliosi, che lo hanno preso per mano e portato a Parigi, quasi in gita scolastica. Ma in realtà su quel sellino ci sali da solo e se hai la giusta dose di equilibrio e follia non ci scendi mica. Nibali è stato feroce sin dalle prime battute del Tour e non ha mai concesso niente ai rivali. Al limite ha controllato. Lui è ancora su strada, vestito di giallo, che prova il più bello degli allunghi, quello che lo vedrà tornare da Rachele ed Emma. È arrivata la consacrazione, diranno. L’augurio che posso farti è che questa consacrazione sia soltanto uno degli innumerevoli trampolini per i tuoi successi futuri. Corri, Enzo.

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Cosa ho imparato dal Mondiale

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Che ci appoggiamo a un episodio per giustificare la totale assenza di gioco, che le piccole impartiscono lezioni full time di sacrificio alle grandi, che la Colombia è l’energy drink di una serata passata da soli in casa e che il frac di James Rodriguez non teme di perdere il confronto d’eleganza con lo smoking di Messi, che la porta di casa può restare sempre aperta se a proteggerla sarà Gary Medel, che delle volte sarebbe meglio lasciarsi guidare dall’incoscienza e mettere in campo dei ragazzini, che i calci di rigore tra Costa Rica e Grecia non hanno nulla da invidiare sotto il profilo emotivo a quelli tra Brasile e Cile, che nonno Mondragón in vent’anni ha avuto la fortuna di conoscere i più bei figli di questa ricchissima industria di caffè, che l’orgoglio dei Ticos è custodito nei guantoni di Keylor Navas, che Miguel Herrera è il nuovo Oliviero Toscani, che le vecchie glorie non mollano anche se giocano in campionati dimenticati da Google Maps, che Samaras è una persona dal cuore d’oro, che le lacrime del Guaje Villa sono state il giusto tributo storico a una delle Nazionali entrate di diritto tra gli scaffali polverosi della biblioteca dello sport, che il nervoso andirivieni di Sampaoli in panchina è più costruttivo di una sfilata di Dolce&Gabbana, che Neymar è il figlio del popolo, che per i miei 25 anni non avrei mai potuto ricevere regalo più gradito di Francia-Germania e Brasile-Colombia, che dalle spoglie della ex Jugoslavia è nata una storia che trasuda di passione, che Rio de Janeiro, seppur visto dalla tv, è un posto dell’anima, che il delirio non si limita soltanto a questa sera e al Maracanã, che nella notte del 13 luglio combatteremo già contro la malinconia, che quattro anni di attesa sono un’eternità.