D’Andrea, una storia tutta italiana

“La motivazione è la spina dorsale della nostra impresa”. Sono le parole orgogliose di Ermanno D’Andrea, patron dell’omonima azienda, leader mondiale nella produzione di accessori di alta precisione per macchine utensili. Quella del signor Ermanno è la storia di una lungimiranza tutta italiana, di un acume che trova il suo cuore pulsante nello stabilimento di Lainate, una delle cittadine più produttive della zona ovest di Milano. La storia di un’azienda che fattura 22 milioni l’anno e che grazie a un margine di guadagno del 50% è stata in grado di schivare i colpi della crisi. Un totale di 135 dipendenti con il 75% di esportazioni che vedono in cima colossi mondiali come Russia e Cina. Sorride Ermanno quando mostra su un cartellone i pezzi storici che hanno reso famoso il marchio, come la prima serie di teste TS in grado di eseguire qualsiasi lavorazione di “tornitura a pezzo fermo”, create dal padre Marino ormai più di sessant’anni fa in un’Italia in piena ricostruzione post-bellica. Da Capracotta a Milano, dal Molise alla Lombardia. “Al Nord c’è la concatenazione con le altre aziende, fondamentale per una realtà come la nostra”.

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Lontanissima dallo stereotipo della fabbrica grigia e sporca, la D’Andrea accoglie i propri dipendenti in ampi spazi luminosi, curati nel minimo dettaglio e allietati da una vasta cornice floreale. “Cerchiamo di fare il possibile – ricorda il presidente – per garantire ai nostri operai la massima serenità nel lavoro”. Operai che vengono adocchiati dalla D’Andrea sin da giovanissimi, messi a far scuola all’interno dell’azienda e che ricevono una mensilità in più quando le cose vanno nella giusta direzione. Una chiara filosofia del lavoro che boccia però il nostro sistema scolastico: “In Italia abbiamo tanti disoccupati, ma è tutta gente non preparata. Le scuole tecniche sono ancora rimaste all’età della pietra, negli anni non c’è stata evoluzione di contenuti”. Implicito riferimento anche al suo Molise, la terra che non ha mai dimenticato, tanto da creare nel 2002 un altro stabilimento a Castel Del Giudice, un piccolo centro in provincia di Isernia che ha garantito una trentina di posti di lavoro e soprattutto ha permesso, come ci tiene a sottolineare, “il ritorno all’ovile di molti emigrati”. L’umiltà di un uomo che non si è fatto sopraffare dalla tendenza, ormai comunissima alla maggior parte delle imprese italiane, di delocalizzare all’estero. La creatività di un uomo sempre al passo coi tempi, pronto ad aggiornarsi e a rimodernare i propri impianti. La trasparenza di un uomo e della sua azienda nei confronti dei propri dipendenti e dei propri clienti, invitati direttamente in fabbrica per testare l’affidabilità dei prodotti. E la pazienza del miglior imprenditore, che confidando nelle proprie potenzialità è capace di lasciarsi alle spalle anni difficili: “Sono andato in rosso per dodici anni, ma ho sempre creduto nell’azienda fondata da mio padre. I finanzieri? La rovina del nostro mestiere, hanno come unico fine l’utile”.

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